Gela, Terra Mater delle ambizioni siciliane


Salvatore Piccolo e Emanuele Zuppardo sono gli autori d’una dotta e piacevole monografia, di carattere divulgativo (Terra Mater, sulle sponde del Gela greco, con introduzione di G. Hölbl), dedicata alla storia ed alla civiltà di Gela antica, ma coinvolgente pure la vicina Siracusa nonché la Sicilia ellenica del tempo. I limiti cronologici della trattazione sono compresi fra il 689/8 ed il 282 a.C., ovvero fra la fondazione e l’abbandono del sito, caratterizzanti dunque un periodo denso di avvenimenti importanti sia per Gela sia per il resto della Grecità di Sicilia. La Grecità geloa e siceliota, che gli Autori delineano, si configura infatti come il frutto d’una dialettica storica assai complessa e del tutto irripetibile nel quadro dell’ecumene ellenica. Essa nasce in una terra dalle risorse economiche straordinarie e dalle innumerevoli potenzialità commerciali favorite dalla sua centralità mediterranea. Al contempo, però, si sviluppa in una dimensione costantemente drammatica, sia per l’instabilità interna causata dalle ingiustizie sociali e dai particolarismi locali, sia per i pericoli esterni. Questi ultimi determinati tanto dall’ambiguo ruolo degli indigeni Siculi e Sicani, amici-nemici mai sottomessi completamente, quanto dalla potenziale antinomia del mondo fenicio-punico della Sicilia occidentale, trasformatasi poi in aperta minaccia a seguito dell’intervento di Cartagine nell’isola. Paradigmatica nella delineazione di questo modello culturale siceliota è la storia stessa di Gela: nata da una sinergia di Salvatore Piccolo e Emanuele Zuppardo sono gli autori d’una dotta e piacevole monografia, di carattere divulgativo (Terra Mater, sulle sponde del Gela greco, con introduzione di G. Hölbl), dedicata alla storia ed alla civiltà di Gela antica, ma coinvolgente pure la vicina Siracusa nonché la Sicilia ellenica del tempo. I limiti cronologici della trattazione sono compresi fra il 689/8 ed il 282 a.C., ovvero fra la fondazione e l’abbandono del sito, caratterizzanti dunque un periodo denso di avvenimenti importanti sia per Gela sia per il resto della Grecità di Sicilia.

END JQuery code Destinatari privilegiati dell’opera sono i non specialisti, ovvero le persone colte ed i giovani, per i quali gli Autori hanno scelto uno stile discorsivo ma nondimeno pregnante, nonché un commento culturale, in nota, denso di utili dati biografici ed antiquarii. A corredo del testo sono stati posti pregevoli disegni, che ben evidenziano le qualità dell’arte geloa, ed una ricca bibliografia utile per ulteriori approfondimenti. Percorre infine tutta l’opera, come anticipa già il titolo, un più o meno sotterraneo sentimento di nostalgica appartenenza alla Grecità siceliota, che vorrebbe, almeno idealmente, rivendicare una distinta ed omogenea identità ellenica di questa terra antica. L’intento divulgativo, tuttavia, non ha pregiudicato la qualità del discorso storico, né ha impedito ai due Autori di esprimere qualche personale interpretazione, come, ad esempio, quella concernente la fine di Gela. Essi, analizzando le contraddittorie affermazioni in merito di Diodoro Siculo, hanno ritenuto plausibilmente di dover attribuire quest’ultima alla devastazione dell’abitato operata dai mercenari campani o Mamertini (287 a.C.), piuttosto che all’iniziativa del tiranno di Agrigento, Finzia (282 a.C.), reputato distruttore di Gela. Quest’ultimo, al contrario, avrebbe trasferito la popolazione dalla città ormai priva di difese alla vicina e più sicura Finziade (Licata). Ne emerge, attraverso l’ottica binaria Gela-Siracusa, un quadro della Grecità siceliota nel suo periodo aureo, quello appunto che va dall’inizio della colonizzazione all’arrivo dei Romani nell’isola. Una grecità “coloniale”, questa della Sicilia, che certamente rappresenterà per il lettore comune una gradevole scoperta, e ciò in quanto ben diversa – ed altrettanto dicasi per la Grecità italiota, cui pure è dedicato qualche cenno – da quella, più familiare attraverso gli studi scolastici, costituita dalla Grecità ateniese. due importanti centri colonizzatori, quale Rodi e Creta, come simboleggia l’identità etnica dei due ecisti, Antifemo ed Entimo; attestatasi in un’area felicemente collocata fra il mare ed una pianura feconda, offrenti l’uno e l’altra i sussidi materiali per la sua floridezza economica e la sua produttività artistica; percorsa da continui sussulti socio-politici, che la condussero a subire la tirannia di Ippocrate e poi di Gelone del periodo pre-siracusano, coi quali in compenso ebbe la supremazia geloa sull’isola; misuratasi con l’elemento indigeno sicano, da essa controllato ed ellenizzato, ma a sua volta influenzante gli usi ed i costumi geloi; infine impegnata in un costante confronto militare e politico, ed aggiungeremmo pure culturale, con la Sicilia fenicio-punica. Nel corso della narrazione delle vite interagenti di Gela e di Siracusa, l’identità della Grecità siceliota acquista progressivamente risalto e colore. Come ad esempio nel suggestivo accenno alla “voglia di Sicilia”, motivata dal mito dell’Eldorado siciliano, da parte degli Ateniesi, alla vigilia della loro folle spedizione contro Siracusa voluta dall’ambizioso Alcibiade. Che tale mitizzazione corrispondesse ad un sentire ben più ampio presso i Greci (e poi presso i Romani che ne furono eredi), lo attesta la letteratura coeva che gli Autori felicemente richiamano. Così viene esaltata la ricchezza agricola della Trinacria in quella “Sicilia di pomi opulenta” di Pindaro (tramandatasi nel ricordo virgiliano degli estesi “campi geloi”). Ma anche la potenza militare siceliota, in particolare quella aretusea, colpiva impressionisticamente l’immaginario ellenico-classico: Bacchilide ricorda i “vertiginosi cavalieri siracusani” e la “turrita Siracusa” ; ancora Pindaro esalta la vittoria sulla potente flotta tirrenica da parte di Ierone, della quale “gettava dalle svelte navi la gioventù nel mare”. Tuttavia, ancor più dell’opulenza e della potenza “americane” della Sicilia greca, in Età Classica doveva affascinare gli altri Greci, come opportunamente viene ricordato dagli Autori, il mito monarchico siceliota espresso dalle figure dei tiranni che non trovava alcun adeguato corrispettivo nel mondo ellenico. La megalomania di un Gelone, non solo trionfatore sui Cartaginesi ad Imera ma pure vincitore col carro ad Olimpia, nonché quella di un Ierone, uomo d’armi alla pari del fratello ma anche principe mecenatesco, anticiparono il modello di basileia ellenistica, in particolare la figura del sovrano tolemaico illuminato, come ha giustamente evidenziato nell’Introduzione l’Hölbl. Aggiungeremmo che l’accorrere alla loro corte da parte di letterati di fama, da Eschilo a Pindaro, non può essere liquidato quale interessata pulsione cortigiana, ma forse lascia intravedere i primi sintomi del disagio civico del polites d’Età Classica, che avverte il fascino del potere forte come risposta alle contraddizioni apparse insanabili della polis. Sicché la Sicilia greca di tale epoca si configura come un attivo laboratorio politico i cui frutti maturi saranno colti dai Tolomei di Alessandria, grazie anche ai precoci legami di quest’ultima con Siracusa. In proposito gli Autori hanno giustamente evidenziato la ripetuta presenza a Siracusa di Platone, ospite di Dionisio I e poi di Dione, finalizzata alla realizzazione non riuscita del suo Stato ideale. Tuttavia, va ricordato, a prescindere dall’egittofilia del filosofo ateniese ammiratore della statalità faraonica, già nella Sicilia dell’epoca un progetto politico autocratico doveva essere facilmente permeato da suggestioni nilotiche. E ciò sarebbe da ascrivere ad un sentimento filoegizio diffuso nelle classi dirigenti siceliote, probabilmente pervenuto dal Delta nilotico attraverso la colonia greca di Naucrati. L’eco di tale sensibilità, infatti, risuona nel romanzo greco di Antonio Diogene ( ‘Le meraviglie di là da Tule’), e più esattamente nella vicenda del prete-mago Paapis, profugo dall’Egitto del V-IV secolo a.C. sottomesso dai Persiani, il quale viene accolto con tutti gli onori proprio alla corte del tiranno di Lentini, Enesidemo. Come gli Autori hanno ben evidenziato, tanto Gela quanto la restante Grecità siceliota ebbero costantemente un interlocutore politico e culturale antagonista, costituito dagli indigeni siciliani, ovvero dai Sicani e dai Siculi. Queste genti fiere e bellicose vennero sconfitte più volte dall’inizio della colonizzazione, ma non furono mai definitivamente domate. Come appunto attesta la grande rivolta della metà del sec. V a.C. capeggiata dal siculo Ducezio, pericolosa anche perché supportata da un concreto progetto politico che trovò ascoltatori pure fra i Greci stessi, come a Corinto. La loro integrazione nel sistema culturale ellenico fu solo parziale ed inoltre fortemente interattiva, dal momento che, così come avvenne in ambiente geloo, usi e costumi indigeni passarono ai dominatori sicelioti, soprattutto fra i ceti popolari. Ancora a Gela la venerazione sicana della “Terra Madre” prese le sembianze greche del culto di Demetra e Kore, ed all’affermazione di tale polis nell’isola si accompagnò pure la diffusione di questo culto sicano-geloo. C’è da riflettere sul ruolo importante certamente svolto dalle donne indigene sicane, unitesi ai coloni geloi, nella formazione di questo sincretistico fenomeno religioso. Tuttavia l’interlocutore politico e culturale pericolosamente più “diverso” fu quello semitico, rappresentato dai Fenici e dai Cartaginesi della Sicilia occidentale, in merito ai quali s’è preferito privilegiare nella trattazione in chiave anti-siceliota. Dei Semiti si incomincia a parlare già con la fondazione di Gela, in merito alla storia dei due ecisti e del pirata fenicio; si ritorna sull’argomento in più luoghi, e soprattutto nell’accurata descrizione della battaglia di Himera vinta da Gelone sui Cartaginesi. Certamente l’imperialismo cartaginese non poteva facilmente conciliarsi con l’indipendenza delle ambiziose poleis siceliote, tuttavia la politica aggressiva di alcune di queste ultime, come Siracusa, favorì lo scontro. Va ricordato in proposito che già all’inizio dei rapporti fra le due genti di Sicilia, greche e semitiche, fu l’espansionismo dei colonizzatori greci, come riconosceva lo stesso Tucidide, ad obbligare i Fenici a ritirarsi verso l’occidente dell’isola. Quanto all’appellativo di “barbari” rivolto ai Fenici ed ai Punici, si trattò notoriamente di propaganda di guerra, utilitaristicamente spesa dai tiranni sicelioti, a cominciare da Gelone “liberatore”, per ottenere il consenso fra i Greci. Quanto ad efferatezza e genocidi, del resto, questi ultimi non avevano nulla da rimproverare ai loro avversari semitici, come attesta, ad esempio, il comportamento spietato di Terone di Agrigento verso la popolazione di Himera. Meno noto al lettore comune risulta il fitto interscambio mercantile e culturale – si ricordino le relazioni fra Venezia e la Turchia ottomana – costantemente tenuto fra le due aree, quella semitica e quella greca. Infine in età pre-romana vi fu un terzo, seppur lontano, interlocutore culturale di Gela e dei Sicelioti, ossia l’Egitto faraonico, il cui ruolo svolto in terra siciliana è stato accuratamente illustrato dall’Hölbl. Del messaggio nilotico rivolto alla Trinacria greca, peraltro parallelo ed intrecciatesi con quello inviato alla Sicilia fenicio-punica coeva, fanno fede gli Aegyptiaca. Si tratta di amuleti riproducenti divinità ed animali sacri egizi, come lo scarabeo riproducente le fattezze dello Scarabeo sacro, trovati sia in tombe femminili ed infantili sia in templi, e reputati protettori magici della sfera riproduttiva umana. A Gela vennero alla luce fra gli Aegyptiaca anche scarabei-amuleto, già in contesti del sec. VII a.C., nella necropoli del Borgo ed in santuari della divinità della fertilità, a Bitalemi e nel Predio Sola. In questi templi, sacri a Demetra ed alle Divinità Ctonie, l’originario significato magico-popolare egizio di tali amuleti venne ad ibridarsi con le locali credenze sicano-siceliote, e ciò secondo modi e significati non ancora ben compresi. Va aggiunto che l’origine rodia di parte dei fondatori dell’apoikia geloa indurrebbe a postulare una familiarità iniziale di Gela con gli amuleti egizi di questo tipo, che già nel sec. VIII erano molto usati dalle donne e dai bambini di Rodi. Più complesso è il discorso sull’identità degli importatori a Gela, così come nel resto della Sicilia ellenica, di tali oggetti magici nilotici, dal momento che non v’è ancora unanimità d’opinione fra gli studiosi. Nella nostra convinzione non i Greci, ma i Semiti (Fenici, Ciprioti, Punici) dovettero introdurre nella Sicilia greca ed anche a Gela gli Aegyptiaca, la cui formale estraneità al costume ellenico, quali oggetti “barbari”, sarebbe evidenziata proprio dal loro uso, limitato alla superstizione privata d’ambito femminile ed infantile, e dalla loro permanenza, non superante il secolo VI a.C. Si consideri che Gela già al tempo della sua fondazione costituiva una tappa della grande via commerciale gestita dai Fenici, che collegava il Delta nilotico (con i centri mercantili di Menfi e di Bubasti) all’Occidente. Supporta tale convinzione anche la presenza, nei livelli del sec. VII a.C. del santuario ctonio del Predio Sola, d’uno scarabeo-amuleto egizio simile ad un esemplare rinvenuto nella città nilotica di Tukh el-Qaramûs (Bubasti). Sicché nella Sicilia antica, mentre i loro uomini erano occupati a combattersi e ad uccidersi fra loro, le donne greche e quelle semitiche, preoccupate invece dai comuni problemi della vita quotidiana, ne cercavano la soluzione negli stessi rimedi magici provenienti da quella lontana e prestigiosa terra nilotica ove, come si legge nell’Odissea, “ciascuno è medico più d’ogni altro uomo”.

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